La missione in Niger e la politica di difesa italiana. Un’analisi.

A quanto sembra, l’Italia invierà un contingente militare (circa 500 unità) in Niger. Sia il Primo Ministro Gentiloni che la responsabile del Dicastero della Difesa Pinotti hanno confermato la prossima operazione italiana nel Sahel. Nei prossimi giorni il Parlamento affronterà la questione e avremo maggiori dettagli rispetto al tipo di attività previste sul campo. Sono comunque già emersi alcuni particolari relativi al prossimo impegno delle forze armate oltre confine. Come scrive la Rivista Italiana Difesa: “La missione, che verrà dispiegata nel Paese del Sahel nelle prossime settimane, avrà il compito di addestrare le Forze Armate e di Polizia nigerine e supportarle nel controllo e monitoraggio di un’area strategica al confine con la Libia, fondamentale per i flussi migratori ed i traffici diretti verso l’Europa e l’Italia […] La missione sarà composta da un numero massimo di 470 militari ed oltre 100 veicoli e si schiererà sul terreno in 3 fasi con una prima aliquota di 30 unità, poi 120 ed il totale entro la fine dell’anno”.

Quali gli obiettivi della missione? Nelle parole di Gentiloni: “Il terrorismo è andato consolidandosi in questi anni nel Sahel, in Africa, ed è questo uno dei motivi per i quali una parte delle forze che sono state dispiegate in Iraq – questa è la proposta che il governo farà in Parlamento – saranno dispiegate nei prossimi mesi in Niger, con una missione che avrà il ruolo di consolidare quel Paese, contrastare il traffico degli esseri umani e contrastare il terrorismo”.

Secondo Jean-Pierre Darnis, responsabile del Programma di ricerca Sicurezza, Difesa, Spazio dello IAI, la nuova missione italiana in Niger rappresenta per l’Italia la saldatura tra “un interesse nazionale essenzialmente rivolto alla Libia” e “la visione francese, tedesca e statunitense di stabilizzazione dell’intera zona saheliana, con un connubio fra lotta al terrorismo, stabilità delle frontiere, contrasto all’emigrazione clandestina e sviluppo locale” (qui la sua analisi).

Alcuni hanno criticato la “missione in teatro di guerra” che “rischia di prestarsi alla violazione dei diritti umani di tante persone perseguitate, che cercando di fuggire dalle zone di conflitto”.

Al di là di polemiche e del dibattito contingente, alla luce del lungo processo di evoluzione post-bipolare della Difesa italiana e della considerevole trasformazione militare avvenuta, è opportuno evidenziare gli elementi di continuità e discontinuità della missione, nonché gli aspetti-chiave che consentono di illustrare lo stato attuale della Difesa. In altre parole, prendendo spunto dalla discussione attuale relativa alla missione in Niger è possibile – attraverso uno sguardo più ampio – illustrare lo “stato dell’arte” della Difesa italiana ed i suoi tratti peculiari. Eccone alcuni:

  • Come accade spesso, l’iter parlamentare relativo ad una operazione militare nazionale non appare “lineare”. L’Italia, infatti, contrariamente ad altri paesi (per esempio la Germania), non si è dotata (per decenni…) di una legislazione chiara sul ruolo delle Camere in materia di approvazione di operazioni militari oltre frontiere (per una riflessione accademica sul tema si rimanda ai paper e ai lavori di alcuni autori di questo convegno). La retorica delle “operazioni di polizia internazionale” (inaugurata nel 1990-91 ai tempi di “Desert Storm”) e delle “missioni di pace” ha consentito per anni di bypassare i limiti costituzionali, tanto che spesso gli interventi sono stati approvati da deputati e senatori dopo l’effettivo impiego delle forze militari (come nel caso del Kosovo nel 1999). Le riforme successive (1997, 2000), pur “regolamentando” la pratica del rifinanziamento, non hanno fatto chiarezza, limitando nei fatti il dibattito nelle aule parlamentari, riducendo così gli audience costs per il governo di fronte ad una opinione pubblica spesso in disaccordo sulle missioni, e garantendo ad un generalizzato sostegno bipartisan sulle “operazioni di pace” uno scarso – ma funzionale – livello di attenzione politica. Solo nel dicembre 2016 l’Italia si è dotata (finalmente!) di una legge organica sulle missioni. Vedremo, a partire dal caso del Niger, se le cose cambieranno e se il parlamento avrà effettivamente un ruolo più incisivo riguardo le operazioni oltre confine (costi, obiettivi, durata, regole di ingaggio, ecc.);
  • La missione in Sahel conferma un tratto dominante dell’impegno militare italiano oltre frontiera: il ruolo dell’addestramento delle forze locali. Il training delle forze di sicurezza e di polizia è divenuto cruciale nelle odierne operazioni (in particolare di quelle di stabilizzazione e di contro-insorgenza) data la necessità di rafforzare la capacità delle strutture statuali delle aree di intervento nel garantire con proprie forze la sicurezza, limitando al contempo i boots on the ground di forze occidentali. Gli italiani, inoltre, impiegano da anni un asset particolarmente apprezzato e richiesto: i Carabinieri. Data la loro natura “mista” essi infatti hanno da lustri collezionato una vasta esperienza di formazione di forze locali. Ma anche altre forze nazionali sono state constatemene impiegate nell’addestramento, come avvenuto anche di recente in Iraq, nei confronti dei soldati iracheni e delle milizie curde. Appare interessante notare come all’addestramento si accompagni spesso un processo di supporto e di assistenza delle forze locali sul campo, anche in operazioni di combattimento (come sta ancora avvenendo in Afghanistan nonostante il buio mediatico). Vedremo se anche in Niger accadrà lo stesso (di certo il livello di attenzione dei media scommettiamo rimarrà molto limitato se non assente..);
  • Al di là delle polemiche attuali relative al controverso rapporto con la Francia, la missione in Niger conferma la centralità di quella che può essere considerata la caratteristica dominante del complesso percorso di trasformazione delle forze armate italiane: l’interoperabilità multinazionale. In altre parole, la capacità delle forze di operare sul campo assieme ad altri contingenti. L’Afghanistan ha dimostrato il livello di sviluppo di tale interoperabilità, soprattutto all’interno di framework multilaterali, in primis la NATO. Vedremo se anche nel caso del Niger il contesto multilaterale si confermerà come linea guida centrale della politica di difesa italiana oppure se l’operazione avverrà (come più raramente è successo) in uno scenario multinazionale, forse preludio di uno sviluppo “a cerchi ristretti” delle difesa tra paesi europei;
  • Come già avvenuto più volte nel contesto bipolare, l’Italia impiega il proprio strumento militare per contrastare minacce non militari, come appunto l’”immigrazione clandestina” o il crimine organizzato. Dalle operazioni navali contri pirateria e traffico di essere umani, fino all’uso della portaerei Cavour in seguito all’”emergenza umanitaria” di Haiti, l’Italia da anni schiera i proprio soldati (all’estero ma anche in Italia) contro tali minacce “multidimensionali” alla sicurezza nazionale (per un’analisi cross-time dell’uso delle forze armate italiane contro minacce non militari si veda questo paper). Terrorismo e flussi migratori appaiono i due temi-chiave anche della missione in Niger;
  • Infine, la missione in Niger sembra rappresentare un passaggio-centrale nel processo che potremmo definire di “riposizionamento strategico” dell’Italia, evidente (almeno nelle intenzioni) dal Libro Bianco 2015 (per un’analisi approfondita si veda qui). Il Mediterraneo viene definito, infatti, come l’area strategicamente centrale per l’interesse nazionale italiano: “La nostra posizione geopolitica, centrale nel bacino Mediterraneo, inoltre, ci offre opportunità, ma anche ineludibili obblighi. L’Italia è capace e desiderosa di esercitare un ruolo riconosciuto di responsabilità nella sua area di riferimento agendo, secondo le sue possibilità e in armonia con la Comunità internazionale, per contribuire alla pace e allo sviluppo regionale. In tale ottica, la Difesa metterà al servizio del Paese le sue multiformi capacità di capire, prevenire, affrontare e risolvere le situazioni di crisi e di sviluppare un tessuto di relazioni in grado di favorire la stabilizzazione dell’area mediterranea”. Proprio nel Mediterraneo, dalle operazioni navali fino alla Libia, l’Italia ha svolto (se con successo o meno non stiamo qui a giudicarlo) un ruolo di primo piano negli ultimi anni. Certo, dall’impegno umanitario di Mare Nostrum alle controverse decisioni adottate questa estate rispetto al tema del “rafforzamento della guardia costiera libica” e al traffico di migranti (ampiamente, e con estremo dettaglio, denunciate da organizzazioni che tutelano i diritti umani) il cambiamento è apparso considerevole. Dalle parole dei decision-makers italiani relativi alla missione in Niger, sembra poi che si stia verificando uno shift considerevole in materia di impegno militare nazionale, dall’Afghanistan e l’Iraq (i teatri centrali della presenza militare italiana nel post-11 settembre) fino al Sahel (chiamato un po’ stranamente “Mediterraneo allargato”…).

Vedremo se tale percorso di “riposizionamento strategico” sarà effettivo o meno solo in futuro. Nelle prossime settimane avremo notizie più dettagliate relative all’impego militare italiano in Niger. Venus continuerà a seguire da vicino la missione, cercando sempre di collegare gli eventi della difesa italiana (e non solo) al dibattito accademico (seppur limitato nel caso nazionale, comunque presente).

Nel frattempo Venus va in vacanza qualche giorno e augura ai suoi lettori buone feste…

Share Button

Cooperazione tecnologica e industriale nella prospettiva europea: le sfide per la difesa italiana

Nell’ambito del ciclo di incontri organizzato da Consules e IAILa Politica Estera Italiana“, oggi saremo all’Università di Padova a discutere dell’evoluzione della Difesa Italiana.

Il tema generale del seminario, aperto al pubblico (Università di Padova, Aula B2, via del Santo 22, 29 Ottobre ore 15),  sarà: “Cooperazione tecnologica e industriale nella prospettiva europea: le sfide per la difesa italiana”.

Ecco il dettaglio dell’evento al quale parteciperemo. Ci vediamo lì tra poco…

Schermata 2015-10-29 alle 10.00.17

Share Button

ViA 2015: La trasformazione militare italiana (e molto altro)

Terminata la pausa estiva, Venus in Arms è di nuovo pronto a rituffarsi sui temi della difesa e della sicurezza (e molto altro). In questo breve post di inizio Settembre illustreremo brevemente gli argomenti che saranno al centro della nostra attenzione nei prossimi mesi, nei quali cercheremo sempre di collegare analisi e studi “accademici” a riflessioni legate al dibattito corrente.

Primo aspetto al centro del nostro lavoro sarà la trasformazione militare italiana, ovvero l’argomento del nostro ultimo libro. Il volume analizza il processo di cambiamento delle forze armate italiane nel nuovo secolo, attraverso una prospettiva comparata (Francia e Gran Bretagna). L’analisi illustra l’interazione tra alcune dimensioni della trasformazione (budget, impiego sul campo, dottrina) e la loro influenza sul percorso di cambiamento e adattamento avvenuto negli ultimi anni nella Difesa italiana. Attraverso interviste, documenti ufficiali e fonti secondarie sono state esaminate in dettaglio le operazioni in Afghanistan, Iraq, Libano e Libia.

Una particolare attenzione è stata dedicata alla dimensione istituzionale del cambiamento. In linea con quest’ultimo aspetto, in futuro ci focalizzeremo sulla dimensione dell’apprendimento, attraverso survey e questionari.

Nelle prossime settimane organizzeremo alcuni seminari di presentazione del libro, che riporteremo per tempo sul blog. Un po’ di pubblicità non fa mai male, naturalmente.

Un altro aspetto che continuerà ad occupare costantemente le pagine di Venus sarà la Difesa italiana, soprattutto alla luce della pubblicazione dell’ultimo Libro Bianco e della riforme ad esso collegate. Stiamo lavorando proprio sull’ultimo documento strategico e a breve saranno qui riportati i risultati delle nostre analisi.

In chiave comparata ci dedicheremo poi al rapporto tra l’evoluzione della Difesa italiana e quella tedesca avvenuta nell’era post-bipolare. Abbiamo già passato un po’ di tempo di Germania per interviste e analisi. Quindi aspettatevi un bel po’ di materiale da leggere e discutere (non in tedesco, tranquilli).

Una parte consistente del nostro lavoro sarà poi dedicata ai temi della political violence, del ruolo della criminalità organizzata (nazionale e transnazionale), dei conflitti contemporanei.

Al tema dei foreign fighters saranno dedicati alcuni post, i quali riporteranno i risultati di alcuni analisi che abbiamo condotto di recente in merito al caso dell’ISIL.

Non ci dimenticheremo del controverso tema degli F-35, cercando però di spostare la discussione da una prospettiva budget-driven a qualcosa di più articolato, come fatto in passato.

La sicurezza europea, scossa dalle crisi interne e regionali e dal dramma immane dei profughi, non potrà che essere esaminata in dettaglio, così come la trasformazione della NATO.

Infine, i guest-post cercheranno di ampliare l’orizzonte interdisciplinare di ViA, da analisi tradizionali di Relazioni Internazionali agli studi di intelligence fino ai “nuovi” metodi di insegnamento in materia di IR, sicurezza e scienza politica. Ogni contributo alla discussione è ben accetto ovviamente.

Sarete sempre tenuti al corrente dei principali appuntamenti con conferenze e seminari (in più qualche dettaglio sulle trasferte che faremo in Europa League).

Insomma, molta carne al fuoco. Senza dimenticarci l’appuntamento settimanale con la nostra Top-5, che raccoglie i migliori “5 pezzi facili” che provengono da blog, riviste, giornali di tutto il mondo. La dimensione “pop” del sito non verrà trascurata, soprattutto nella spasmodica attesa del nuovo capitolo di Star Wars.

Stay tuned

 

 

Share Button

Effective strategic narratives? Italian public opinion and military operations in Iraq, Libya, and Lebanon

Oddly enough, in the new Italian White Paper there are no references to the concept of strategic narratives. On the contrary, many official documents and statements by decision makers have recently emphasized the role played by strategic narratives to enhance the perceived legitimacy of military operations.

Venus in Arms has already addressed the concept of “strategic narratives”, defined by Freedman as: “compelling storylines which can explain events convincingly and from which inferences can be drawn”

Today, we are pleased to present the new paper by Fabrizio Coticchia: “Effective strategic narratives? Italian public opinion and military operations in Iraq, Libya, and Lebanon” (here, gated). The paper has been published in the first issue of the new Italian Political Science Review/Rivista Italiana di Scienza PoliticaIPSR/RISP (now published by Cambridge University Press) provides three fully English-language issues per year. Here additional info on the Journal.

Here below the abstract of the paper:

Public attitudes are greatly shaped by the cohesiveness of the strategic narratives crafted by policy-makers in framing the national involvement in war. The literature has recently devoted growing attention toward the features that define successful strategic narratives, such as a consistent set of objectives, convincing cause–effect chains, as well as credible promises of success. This paper provides an original framework for ‘effective strategic narratives’ for the case of Italy. The military operations undertaken by Italian armed forces in Iraq, Lebanon, and Libya represent the cases through which the framework is assessed. Drawing on content and discourse analysis of political debates and data provided by public opinion surveys, this paper explores the nature of the strategic narratives and their effectiveness.

The author has already addressed the issue of narratives, public opinion and Italian military operations, locking at the case of Afghanistan (here)

The current paper presents two main implications.

First, strategic narratives should not be realistic, but rather compelling. A certain ambiguity of the storyline could be sometimes inevitable due to the gap between long-established values (such as peace or humanitarianism, which are very difficult to modify) and a risky military environment, where those beliefs may appears as extraneous. In these cases, an integrated communication strategy, aimed at preparing the public opinion and avoiding counter-productive rosy pictures, could be crucial to avoid a collapse of approval towards the intervention.

Second, as already tested by literature, casualty aversion per se does not determine the fall of public support. However, mounting insecurity on the ground requires greater flexibility of the narrative to adapt and transform. In this case, a negative narrative dominance (i.e., a more persuasive counter-narrative) could play a fundamental role in hindering the plot’s effectiveness.

ViA will provide additional posts in the near future regarding strategic narratives and other security issues (e.g., the F35). Stay tuned.

 

Share Button

Missioni internazionali. Qualche spunto di riflessione

Il 19 Marzo scorso il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha fornito un quadro aggiornato sulle missioni militari italiane di fronte alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. Dopo aver osservato un minuto di silenzio per le vittime di Tunisi, il Ministro ha illustrato lo stato delle operazioni condotte dalle forze armate italiane, presentando alcune novità.

Come riportato dal sintetico resoconto fornito dal Ministero della Difesa, i principali nodi affrontati sono stati i seguenti:​”Potenziamento del dispositivo aeronavale nel Mediterraneo, sospensione della nostra attività in territorio libico, termine dell’impiego dei Nuclei militari di protezione imbarcati sulle navi mercantili italiane e stop alla partecipazione alla missione Nato Ocean Shield“.

Fermo restando l’attenzione rivolta alla crisi ucraina e alla missione “Resolute Support” in Afghanistan, è interessante notare almeno tre aspetti-chiave che emergono in maniera evidente dalla discussione:

1) Il Mediterraneo appare sempre più al centro della politica di difesa italiana. Le minacce che provengono dalla sponda sud, la crescente instabilità dell’area, i tradizionali legami con la regione, gli interessi strategici da difendere rappresentano i fattori esplicativi di questa rinnovata attenzione. Come ha evidenziato il Ministro, il Nord Africa rappresenta “la prima delle nostre preoccupazioni”. Nuove operazioni (“Mare Sicuro“) e nuovi scenari (dal punto di vista diplomatico e, forse, anche dal punto di vista militare) indicano come  questa regione sia davvero cruciale per il futuro della politica estera italiana nel suo complesso. La possibilità di un effettivo burden sharing con l’Europa appare ancora lontana dai desiderata di Roma, ma la necessità di un approccio “multidimensionale” alla crisi sembra dai più condiviso. Tra sciocco disinteresse e folle interventismo non si possono ripetere gli errori del passato e farsi rapire dalla dannosa logica dell’emergenza. L’ISIL (contro il quale l’Italia schiera già centinaia di militari nell’operazione a guida americana in Medio Oriente) non può rappresentare l’unica preoccupazione di una politica attenta verso la complessità della regione.

2)  L’impegno nazionale nella lotta alla pirateria, una delle attività cruciali della politica di difesa italiana degli ultimi anni, sta mutando. Come riportato dal sito del Ministero: “L’Italia continuerà a partecipare alla missione Atalanta, ma terminerà l’impiego dei Nuclei militari di protezione imbarcati sulle navi mercantili italiane e interromperà la partecipazione alla missione Nato Ocean Shield. Decisione presa “considerato il positivo trend rappresentato dalla diminuzione degli attacchi dei pirati negli ultimi mesi, nonché l’ormai avvenuto perfezionamento delle procedure che consentono di ricorrere alla difesa dei mercantili”. Quindi, se la complessa vicenda dei Marò appare in un certo senso congelata, la politica nazionale in materia di lotta alla pirateria sta invece cambiando. Data la centralità del tema, sarebbero auspicabili analisi dettagliate che guardassero a quanto fatto in questi anni, al fine di trarne preziose lezioni apprese. Ma il livello del dibattito italiano sulle questioni della Difesa rimane purtroppo molto basso (anche in “Accademia”).

3) Nell’attesa (adesso sinceramente lunga..) del prossimo Libro Bianco della Difesa, saranno numerose le missioni  che “vedranno una riduzione o sospensione dell’impegno italiano, in un’ottica di razionalizzazione, in linea con quanto annunciato al Parlamento lo scorso settembre”. Si tratta della conferma di una tendenza già in atto da anni, una riduzione complessiva dell’impegno militare oltre frontiera. Aspettiamo di leggere con ansia il Libro Bianco per capire se tale processo sarà guidato unicamente da considerazioni economico-finanziarie o se anche più ampie riflessioni strategiche avranno un peso rilevante. Cerchiamo di essere ancora ottimisti. Per un altro po’ almeno…

 

 

Share Button

Top 5 by Venus in Arms – week 46. “The best of Venus (2014-2015)”

Quite a different Top 5 this week. One year ago our “adventure” in the blogsphere started. In the last 12 months Venus in Arms tried to provide a contribution to the current debate on defense and security, from an Italian and European perspective. It has been a hard work, but we are really satisfied about the results. And we are eager to improve our work every day. So, this week we present the best posts (according to our opinion..) published by Venus in Arms in the last year (March 2014 – March 2015). We deeply thank ALL the people who supported us with brilliant guest posts.

Share Button

Il curioso caso dei caccia F-35. Contro-narrazioni, opinione pubblica e difesa italiana.

Lo scopo principale di Venus in Arms è alimentare il dibattito sui temi della difesa, della sicurezza e delle relazioni internazionali, con una particolare attenzione rivolta all’Italia e all’Europa. L’idea è fornire una prospettiva “accademica” rispetto ad argomenti di discussione generale, senza la pretesa di promuovere una visione “alta” o “colta” delle cose ma con l’ambizione di delineare un quadro di analisi dettagliato ed articolato, che vada oltre le contingenze delle polemiche politiche.

Uno dei temi maggiormente controversi negli ultimi anni è stato l’acquisizione dei caccia F-35. La questione (cosa rara per la Difesa italiana) ha attirato una notevole attenzione mediatica, anche grazie alla vasta campagna promossa da organizzazioni pacifiste e disarmiste per contrastare il programma militare JSF.

All’interno di un più ampio progetto di ricerca volto a indagare il rapporto tra narrazioni strategiche, contro-narrazioni e opinione pubblica italiana, un caso di studio riguarda proprio il dibattito sui caccia F-35.

Il paper (“An alternative view: Counter-narratives, Italian public opinion and security issues”, presentato il 21 Novembre alla Conferenza Annuale dell’ASMI a Londra) esamina la natura e le caratteristiche delle cosiddette contro-narrazioni adottate da partiti e movimenti al fine di contrastare la narrazione strategica impiegata dai governi per giustificare determinate scelte nell’ambito della difesa e della sicurezza (per esempio, l’invio di soldati in missioni militari).

Ma cosa sono le “narrazioni strategiche”? Freedman definisce lestrategic narratives come: “Compelling storylines which can explain events convincingly and from which inferences can bedrawn” (2006, p.22). Le “narrazioni” sono modalità con le quali specifiche issue sono strutturate dagli attori e presentate al pubblico. Le narrazioni strategiche vanno studiate in relazione allaloro capacità di conquistare il consenso dell’opinione pubblica.

Le narrazioni strategiche sono trame convincenti, storie che possono spiegare gli eventi in maniera persuasiva. Le narrazioni sono strategiche perché sono costruite intenzionalmente, con il deliberato scopo di collegare tra loro gli eventi, formulare risposte che possano illustrare una determinata prospettiva della realtà evidenziando vincitori e vinti. Esse contengono messaggi, espliciti e non, circa futuri obiettivi, interessi percepiti e modalità di azione. Non si tratta di “storie inventate”, né di solo marketing o di pura propaganda, bensì di narrazioni capaci di ispirare il pubblico, introducendo termini e concetti tramite i quali gli attori identificano valori e obiettivi. Attraverso una storia convincente, la narrazione rende accettabili determinate scelte politiche (come quella di intervenire in un conflitto o di acquisire nuovi armamenti) che altrimenti non raccoglierebbero grande consenso.

La letteratura recente ha messo in luce quanto gli atteggiamenti del pubblico verso un conflitto siano modellati proprio dal tipo di narrazione che viene elaborata.

Quali sono i fattori che hanno reso convincenti le diverse strategic narrative di  fronte all’opinione pubblica italiana? Il grado di chiarezza degli obiettivi della missione, la consistenza con la realtà operativa, la coerenza con i valori (in primis pace e multilateralismo) e gli interessi nazionali, le prospettive di successo, la strategia di comunicazione e l’esistenza di “contro-narrazioni”, sono gli elementi-chiave che permettono di valutare l’efficacia della narrazione strategica.

De Graaf and Dimitriu (2012) parlano di “narrative dominance” intesa come bilancia tra narrazione e contro-narrazione. L’assenza di “storie alternative” garantisce un fondamentale supporto per la narrazione dominante. Al contrario, il sostegno del pubblico può essere eroso da “compelling counter-narratives designed to expose internal contradictions or weaknesses within the official strategic narratives” (Ringsmose and Børgesen 2011: 524). Pertanto, l’analisi delle contro-narrazioni rappresenta un passo decisivo per comprendere l’intricato rapporto tra narrative, security issue e opinione pubblica.

Il paper esamina due casi di studio: la missione militare in Libia del 2011 e, appunto, la decisione di acquisire i caccia F-35. Quali sono i contenuti delle contro-narrazioni strategiche che sono state elaborate da partiti e movimenti per contrastare la scelta di intervenire in Libia e di partecipare al programma JSF? Perché (per citare gli Smiths) some counter-narratives are more effective than others?

Attraverso interviste semi-strutturate, sondaggi, frame e discorse analysis di giornali, riviste e dibattito parlamentare delle ultime legislature, lo studio esamina la natura delle counter-narrative e ne valuta il complessivo livello di efficacia.

La ricerca è ancor in fase preliminare (un altro caso di studio affrontato ma non sviluppato appieno è il recente invio di armi in Iraq) ma permette di trarre già alcune indicazioni in seguito all’ampia analisi empirica. Questi sono alcuni dei risultati principali che riguardano il “caso F-35”.

1) Le forze armate, contrariamente a quanto avvenuto rispetto ad altri temi (come le missioni militari), hanno svolto un ruolo di primo piano nel delineare una precisa narrazione in merito al programma JSF. Gli elementi centrali della narrative sono stati finora i seguenti:

  • Urgente necessità di ammodernare la flotta composta da“aerei obsoleti”;
  • Rilevanza della partecipazione italiana a un progetto multinazionale tecnologicamente avanzato, fondamentale per garantire interoperabilità con alleati e ritorno industriale (anche grazie alla FACO di Cameri);
  • Incomparabili capacità di un caccia di quinta generazionenche può garantire un ampio spettro di missioni.
2) I partiti politici, di centro-destra e centro-sinistra, che hanno sostenuto la necessità di acquistare i caccia hanno puntato sui seguenti frame dominanti:
  • Frame tradizionale delle “missioni di pace”. Come evidenziato dall’ex Ministro Mauro: “ se si ama la pace bisogna armare la pace”;
  • Rilevanza strategica dei caccia per la Difesa italiana. La domanda non è se ci servono gli F-35 ma se: “Ci servono ancora le forze aeree?”;
  • Assenza di alternative (in particolare per la portaerei Cavour), data la necessità di sostituire un ampio numero di vettori;
  • Vantaggi economici (in primis in termini di posti di lavoro) legati alla partecipazione italiana al programma;
  • Frame della sicurezza dei soldati (importante sebbene impiegato marginalmente), garantita proprio dai nuovi aerei.
3) Il network di associazioni e movimenti che hanno contrastato la decisione di dotarsi dei caccia ha sviluppato nel corso degli anni un’ampia e strutturata campagna: “Taglia le Ali alle Armi”. Schematicamente possiamo evidenziare come accanto ai tradizionali frame “pacifisti”, che esprimono una nettacontrarierà valoriale rispetto all’acquisto del programma militare, troviamo una molteplicità di frame diversi, incentrati su aspetti economici e strategici. In particolare la contro-narrazione si è basata su:
  • Aligned frames volti a collegare costantemente i costi crescenti del programma agli ambiti nei quali tali fondisarebbero potuti essere impiegati (“con un F-35 possiamo costruire 387 asili e 21 treni per pendolari”). Un tradizionale approccio di “butter or guns” che la crisi finanziaria ha naturalmente agevolato.
  • Frame tesi a mettere in luce l’ambiguità della narrazione dominante: dai presunti vantaggi economici derivanti dal programma fino alle difficoltà tecniche incontrate dal mezzo, con ampio ricorso a rapporti ed analisi di centri di ricerca internazionali. In tal senso, però, il dato maggiormente rilevante è il crescente livello di expertise e approfondimento degli studi promossi dalle stesse organizzazioni. Un grado di analisi riconosciuto dal parlamento stesso che non si riscontra (anche per il tema trattato) in altri ambiti (come “le missioni di pace”).
  • Frame che riguardano la dimensione strategica connessa all’acquisizione dei caccia, a partire dalla loro funzione nelle operazioni contemporanee fino alle conseguenze relative ad una Difesa Europea e alle sue possibilità di integrazione
  • Frame legati ai diffusi riferimenti valoriali della pace e del disarmo (si pensi al tradizionale focus dedicato all’Articolo 11 della Costituzione).
4) I partiti politici contrari all’F-35 hanno spesso riproposto alcuni dei frame citati dalla campagna, enfatizzando i seguenti elementi:
  • Le difficoltà del programma sul piano dei costi, della performance e dei ritardi (“è un pozzo di San Patrizio”, oppure, citando il Senatore Di Pietro: “Il mio trattore funziona meglio ed è più sicuro”);
  • L’inconsistenza tra narrazione dominante “pacifista” e “reali” valori della pace (“è un aereo da attacco!”);
  • Le possibili duplicazioni tra F-35 ed Eurofighter ;
  • La mancanza di informazioni e dibattito (dal 2009 al 2012 il governo non ha presentato rapporti annuali sul programma);
  • Frame di tipo “strategico” volti a enfatizzare l’assenza di minacce tali da ricorrere all’acquisito di un caccia simile (“Chi ci attacca? I tedeschi? I visigoti?”)

Anche in questo caso si è fatto ricorso ad aligned frames per collegare le decisione di investire risorse ingenti nell’F35 invece spendere soldi pubblici in altri ambiti segnati dal contesto di crisi economica (si va dalla scuola ai Canadair, dalla Sanità ai Carabinieri, dalla protezione civile alle aree affette da calamità, dalla cooperazione allo sviluppo fino alla “lotta contro le slot machines”)

5) Il livello del dibattito pubblico e parlamentare aumenta a partire dalla fine del 2012 (in seguito alla riforma Di Paola e decisione di ridurre il numero di caccia da acquistare). Ma è l’inizio della nuova legislatura (a partire da metà 2013), a favorire un vero e proprio incremento della discussione, sia a livello mediatico sia in termini di attività parlamentare. Ciò è dovuto ad una pluralità di fattori: il successo del Movimento 5 Stelle (da sempre contrario agli F-35), il ritorno di formazioni di sinistra come SEL in parlamento, l’elezione di esponenti di spicco dei movimenti (come Giulio Marcon), il ruolo dei numerosi “parlamentari della pace”.

6) La contro-narrazione si dimostra fino a questo momento efficace. Il paper non si pone l’ambizione di provare nessi di causalità o correlazioni ma cerca di osservare la co-evoluzione tra narrazioni, andamento del dibattito e giudizio dell’opinione pubblica.  Cosa può indicare, quindi, un buon livello di efficacia da parte della contro-narrazione adottata da partiti e movimenti?

L’opinione pubblica italiana (circa l’’82%, secondo i dati dell’Osservatorio Politico del Centro Italiano di Studi Elettorali) è contraria al progetto. Non sono molte però le rilevazioni demoscopiche che si concentrano esclusivamente sugli F-35.

  • Dal 2012 in poi è stato ridotto il numero degli aerei che l’Italia si impegna a comprare, da 131 a 90. Più recentemente la “mozione Scanu” impegna il governo a “chiarire criticità e costi con l’obiettivo finale di dimezzare il budget finanziario originariamente previsto”, in linea con le indicazioni contenute nell’indagine conoscitiva della Commissione Difesa.
  • Il livello di dibattitto e discussione complessivo è notevolmente aumentato. Il processo di elaborazione del Libro Bianco ne è un’ulteriore prova.
  • I principali leader dei partiti italiani, da Bersani a Berlusconi, arrivando fino a Renzi, hanno espresso seri dubbi (se non aperta contrarietà) rispetto al programma. In altre parole, il clima politico verso il tema è decisamente cambiato.
  • I sostenitori dell’acquisto dei caccia riconoscono apertamente due aspetti rilevanti. Il primo è la necessità di cambiare la narrativa, di “trovare una storia più efficace per convincere l’opinione  pubblica”. Il secondo riguarda la credibilità delle fonti di informazioni sui caccia garantire dalla campagna e ritenute “le migliori” anche da molti supporter del progetto.

In conclusione, possiamo affermare come fino a questo momento la “strategic dominace” sia negativa. La contro-narrazione, cioè, appare più convincente della narrative ufficiale, spesso costretta ad inseguire su temi ed argomenti proposti dalla prima. La dimensione economica del progetto e il suo costo sono diventate il cuore della discussione pubblica. Le “storie” che si contrappongono non attengono unicamente alla dimensione valoriale (si/no alle armi). La moralità non riguarda solo alla decisione di comprare armi ma concerne in primis la scelta di spendere fondi pubblici ingenti per un programma militare caratterizzato anche da ritardi e problemi tecnici.

In generale il clima politico è mutato, il programma è stato ridotto, l’opinione pubblica è contraria, l’immagine di un aereo“inefficace” domina il dibattito.

In sintesi, dal punto di vista della contro-narrazione l’aspetto rilevante riguarda la complessa natura del “plot” adottato da partiti e movimenti, capace di andare oltre al solo frame della pace e del disarmo. Sarà interessante capire se in altri ambiti, in altri contesti(non così segnati dalla crisi economica) e in altri parlamenti, quegli stessi attori saranno capaci di sviluppare contro-narrazioni di questo tipo.

Per quanto riguarda l’F-35, le scelte definitive sul programma saranno condizionate dall’approvazione del tanto atteso Libro Bianco. Collegare la decisione di acquisire programmi militari a chiari obiettivi strategici appare saggia, al di là delle contingenze politiche del momento. Un’ovvietà, ma non nel caso italiano.

Share Button

Libro Bianco della Difesa: aggiornamenti

Qualche breve aggiornamento sul prossimo Libro Bianco della Difesa e della Sicurezza.

Come riporta il Ministero della Difesa, il 29 Settembre scorso si è tenuto presso il CASD “il secondo incontro informale esterno del Gruppo degli esperti incaricati dal Ministro della Difesa di predisporre il Libro Bianco“.

Venus in Arms, che aveva partecipato direttamente all’incontro precedente, segue con particolare attenzione il percorso che dovrebbe portare all’elaborazione del tanto atteso e agognato documento strategico nazionale. La pubblicazione delle Linee Guida aveva già messo in luce alcuni aspetti rilevanti dell’approccio e della visione adottata dal Ministero in questa delicata fase.

Come riporta la sezione creata ad hoc dal sito ufficiale del Ministero: “L’obiettivo degli incontri è quello di raccogliere commenti e riflessioni in merito alle Linee Guida presentate lo scorso giugno da parte degli esponenti delle diverse realtà interessate alle problematiche della difesa e della sicurezza“.

L’ultimo incontro ha coinvolto i rappresentanti delle imprese dell’aerospazio, sicurezza e difesa, invitati tramite le Associazioni industriali AIADAIPAS e ASAS. Anche in questo caso, il gruppo di esperti ha presentato una serie di contributi specifici sul tema.

I risultati dell’incontro sono così schematizzati: “La discussione ha fatto emergere la disponibilità e la volontà delle industrie, grandi, medie e piccole, a svolgere un ruolo attivo nel processo di trasformazione del sistema-difesa. In quest’ottica è stato espresso un diffuso apprezzamento per l’impostazione delle Linee Guida e per l’attenzione dedicata allo sviluppo tecnologico e industriale, individuato come uno degli elementi portanti per il rafforzamento delle capacità nazionali di difesa e sicurezza. Nella discussione è emersa altresì la comune volontà di allargare il tradizionale confronto e collaborazione sulle esigenze e sui programmi di sviluppo e produzione anche alle strategie nazionali volte a consolidare le aree di eccellenza nelle tecnologie di punta. Aerospazio, sicurezza e difesa rappresentano, infatti, uno dei pochi settori a tecnologia avanzata in cui l’Italia ha mantenuto un ruolo importante nel mercato internazionale“.

Il tema del rapporto tra interessi delle imprese e dello Stato nel settore della Difesa e della Sicurezza è senza dubbio rilevante quanto complesso. Appare probabile che a breve un  incontro analogo coinvolgerà anche i soggetti della società civile molto attivi su questi temi.

Venus in Arms continuerà a monitorare il percorso “partecipato e aperto” di elaborazione del Libro Bianco, facendo il possibile per promuovere una discussione pubblica finora limitata. Eppure le questioni sul tavolo sono molteplici, e non si limitano certo ai controversi F35, il cui esito viene spesso legato proprio a quanto sarà deciso nel documento strategico. Il recente dibattito parlamentare sui caccia è apparso quanto mai confuso e contraddittorio. Il Libro Bianco dovrà invece contenere una chiara e complessiva impostazione del nuovo Modello di Difesa italiano, segnandone i contorni e la direzione. La speranza è che le riflessioni di carattere economico non rappresentino il cuore dell’analisi, che non dovrà limitarsi al mero presente ma guardare oltre, tratteggiando il futuro della Difesa italiana.

 

Share Button

I nodi della Difesa italiana

Prima della pausa estiva avevamo lasciato la Difesa italiana alle prese con molteplici fronti aperti: dall’elaborazione del Libro Bianco all’approvazione del decreto missioni, senza dimenticare il costante dibattito su tagli, spending review e F35. Nel frattempo, l’impegno militare nazionale in operazioni oltre confine è andato gradualmente riducendosi, in attesa del più ampio ritiro dall’Afghanistan previsto per la fine del 2014.

L’esplodere della crisi irachena ha costretto deputati e senatori a tornare anzitempo dalle ferie agostane per discutere dell’invio di armi ai “curdi” per combattere l’ISIS (da notare come i media forniscano maggiori dettagli dei diversi acronimi di ISIS/ISIL/IS rispetto al buio informativo che riguarda formazioni curde come PKK e YPG, decisive finora nel contrastare i jihadisti nella regione). A Settembre, con la piena ripresa dei lavori parlamentari, la Difesa italiana si trova così ad affrontare numerose questioni urgenti. Lo stato di palese “insostenibilità” dello strumento militare richiede decisioni fondamentali per il futuro di tutta la Difesa.

Come una sorta di agenda o promemoria vogliamo elencare schematicamente i nodi principali della Difesa, i temi che dovranno essere obbligatoriamente affrontati e discussi da qui al prossimo Natale.

  • Libro Bianco

Il Ministero della Difesa ha ormai avviato il processo di elaborazione di un nuovo Libro Bianco (dopo ben 12 anni di attesa!). Venus in Arms ha già commentato positivamente l’intenzione di alimentare un dibattito pubblico su questo tema. Le prime iniziative (alle quali abbiamo anche partecipato) hanno rappresentato un importante primo passo. Occorre però che la discussione non rimanga statica ma venga promossa e sostenuta con continuità. Le scelte che il documento strategico dovrà compiere sono decisive, in primis in relazione agli scopi che la Difesa nazionale si dovrà porre nel mutato contesto internazionale e alle strutture e agli approcci necessari per realizzarli.

  • F35

Il tema, scottante e controverso, è da mesi al centro del dibattito mediatico, e ci ricorda quanto la riflessione nazionale sia ancora guidata (principalmente) da considerazioni di carattere economico. Il Governo ha evidenziato come la decisione definitiva circa l’acquisizione di nuovi F35 (e di altri programmi militari rilevanti) dovrà essere condizionata dagli obiettivi strategici delineati dallo stesso Libro Bianco. In realtà la discussione parlamentare (con la recente mozione del PD tesa a dimezzare il budget finanziario previsto per i caccia, in linea con le conclusioni dell’indagine conoscitiva approvata in Commissione Difesa) sembra illustrare un percorso ben diverso. Le prossime scelte dell’esecutivo in materia di spending review potrebbero ancora coinvolgere i programmi militari (per quanto siano tutti concordi nel ritenere il bilancio “sbilanciato” verso le spese per il personale come il fattore cruciale dell’insostenibilità finanziaria della Difesa).

  • Missioni

Fino a un paio di anni fa, la media dei soldati impiegati in operazioni fuori area nel nuovo secolo si aggirava attorno alle 8-9.000 unità. I decreti di rifinanziamento delle missioni hanno mostrato la crescente riduzione del numero degli effettivi (poco più di 4.000), in attesa che venga completato il ritiro dall’Afghanistan (e stabilito il reale contributo della prossima operazione Resolute Support). In parallelo, il livello di approvazione dell’opinione pubblica rispetto alle missioni italiane nel nuovo secolo è stato generalmente basso, sicuramente inferiore a buona parte delle operazioni condotte negli anni Novanta. La crisi economica, il fallimento di interventi drammatici e costosi, la crescente difficoltà nel risolvere militarmente le crisi contemporanee e la perdurante mancanza di una nuova narrazione strategica che sostituisca l’ormai stanca e vuota retorica delle “missioni di pace”, rappresentano i fattori decisivi per comprendere la stanchezza del pubblico verso gli interventi all’estero. Nei prossimi giorni, intanto, i movimenti pacifisti e disarmisti torneranno in piazza a far valere la proprio voce (assai esile sul piano delle missioni, efficace finora sul quello delle spese militari). In generale, il ritiro dall’Afghanistan e l’apertura di nuove aree di crisi impongono un ripensamento dell’impegno nazionale all’estero. La diminuzione dei contingenti all’estero ha comunque già portato ad alcune conseguenze, iniziando a incidere sulla voce di bilancio (finora garantita dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) relativa alle missioni. Proprio questo canale di finanziamento ad hoc si è rivelato cruciale nel garantire un adeguato livello di preparazione delle truppe e nel sostenere il processo di trasformazione della componente operativa delle forze armate italiane. La riduzione di tali risorse potrebbe avere conseguenze significative per il processo di evoluzione della Difesa. Dal punto di vista geopolitico, infine, i recenti decreti hanno evidenziato un crescente interesse verso l’area del Nord Africa e Sahel, sebbene con un numero di unità dislocate assai limitato. I prossimi mesi aiuteranno a capire il potenziale sviluppo di questo nuova direzione geografica per la politica di difesa italiana. Sarà soprattutto la situazione in Libia a dover essere monitorata con estrema attenzione, vista l’instabilità del paese e i molteplici interessi nazionali in gioco.

  • Iraq

Le ultime settimane hanno poi riportato al centro dell’attenzione generale il (mai sopito) conflitto in Iraq. La decisione di inviare armi per combattere l’ISIS è stata approvata a maggioranza dal Parlamento. È stato anche fornito il dettaglio del materiale in questione, sollevando alcune critiche rispetto a qualità e quantità dello stesso. Al momento sembra che l’Italia possa limitarsi a garantire un supporto in materia di training (uno degli asset principali della Difesa) e mezzi di trasporto. A breve conosceremo meglio le intenzioni del governo, anche in seguito alla definizione di una compiuta strategia da parte statunitense. Sicuramente, la volontà generale è quella di non ripetere gli errori devastanti del passato (fondamentali anche per capire la prudenza e la riluttanza di Washington nei confronti di un intervento più ampio sul terreno).

  • Europa e NATO

I contesti multilaterali di riferimento, infine, stanno vivendo un significativo momento di trasformazione. L’Italia, che ha visto Federica Mogherini assumere la carica di Alto Rappresentante, ha concentrato il proprio impegno europeo (al di là delle vitali questioni economiche) sul tema della gestione condivisa dei flussi migratori nel Mediterraneo. In pochi anni l’Italia è passata dai respingimenti in collaborazione con il feroce regime libico a una responsabilità maggiore attraverso la discussa missione “Mare Nostrum”.  In attesa di un approccio coerente e definitivo, conosceremo meglio le funzioni specifiche che svolgerà la nuova “Frontex Plus”. Nel frattempo, tra crisi in Ucraina e prossimo ritiro dall’Afghanistan, anche la NATO si trova di fronte alla necessità di ripensare e modificare il proprio approccio e la propria struttura. La trasformazione militare italiana è stata fortemente connessa al framework dell’Alleanza negli ultimi anni (a livello di operazioni, dottrina, addestramento, ecc.). L’evoluzione della NATO rappresenta, quindi, un tema decisivo per il futuro della Difesa.

In conclusione, i nodi che la Difesa italiana deve affrontare nelle prossime settimane sono molteplici e complessi. L’Italia è chiamata a completare finalmente il processo di superamento della pesantissima eredità della Guerra Fredda, portando a compimento la definita trasformazione dell’intero comparto della Difesa. Senza affrontare tutti gli ostacoli ancora posti dalle legacy bipolari (sul piano economico, culturale, organizzativo ed economico) nessuna riforma adeguata potrà mai essere realizzata.

Dalla sua nascita (sono quasi passati 6 mesi!) il nostro blog si è sempre posto l’obiettivo di promuovere il dibattito sulla Difesa e di rappresentare un forum di discussione sui temi della sicurezza e delle relazioni internazionali. Anche i prossimi mesi proseguiremo nel nostro intento iniziale, con qualche novità: amplieremo il sito con nuove sezioni tematiche e promuoveremo l’organizzazione di un workshop sullo stato della Difesa italiana (probabilmente a Novembre/Dicembre). Siete tutti invitati già da ora…

Share Button

La politica di difesa del governo Renzi: un’analisi preliminare

Venus in Arms ha fornito il proprio contributo al nuovo dossier dell’ISPI dedicato alla presidenza italiana dell’Unione Europea. Abbiamo così tracciato un’analisi preliminare della politica di difesa fin qui condotta dal governo di Matteo Renzi.

Qui potere trovare il link al nostro articolo.

In sintesi, abbiamo cercato di evidenziare tre tratti distintivi nelle  scelte compiute dall’esecutivo in materia di sicurezza e difesa: il percorso di elaborazione del Libro Bianco,  le decisioni relative al bilancio delle forze armate ed infine le missioni internazionali approvate. La valutazione complessiva della politica del governo, dato l’arco temporale di analisi, non può che essere preliminare. I prossimi mesi consentiranno di confermare o confutare le prime impressioni raccolte.

Venus in arms continuerà quindi a seguire da vicino la politica di difesa italiana anche nel semestre di presidenza dell’EU.

Share Button