La rotta della Cina, tra l’Asia e il mondo

Guest post di Simone Dossi*

La cronaca della politica internazionale ci ha abituato a vedere nella Cina una nascente potenza navale. È questa la percezione che prevale se si guarda all’Asia orientale, dove Pechino appare sempre più intransigente nella difesa delle proprie rivendicazioni su isole e acque contese. Le tensioni hanno raggiunto livelli di guardia soprattutto con il Giappone, con le dure reazioni cinesi alla decisione assunta dal governo di Tokyo nel 2012 di nazionalizzare le isole Senkaku, rivendicate da Pechino con il nome di Diaoyu. A questa percepita intransigenza contribuiscono i progressi compiuti nella modernizzazione della Marina militare cinese, con la consegna di una prima portaerei nel 2012 e continue indiscrezioni di stampa sulla costruzione di una seconda e forse anche di una terza portaerei.

Se però si allarga l’orizzonte temporale, questo interesse della Cina per i mari appare in discontinuità con la tradizione di più lunga durata della politica di sicurezza del paese. Sin dalla fine del XVII secolo, infatti, la Cina ha attribuito agli spazi marittimi una valenza militare secondaria rispetto alle periferie continentali. Certo, storicamente i mari hanno giocato un ruolo decisivo nell’equazione della potenza cinese: il dominio esercitato dalla marina mercantile cinese sulle acque della regione ha contribuito significativamente alla prosperità economica del paese nella fase di maggior splendore della dinastia Qing. Dal punto di vista militare, tuttavia, questi stessi spazi marittimi presentavano agli occhi dei governanti cinesi un valore tutto sommato marginale. Prevaleva in questo senso un orientamento continentale, che sarebbe stato confermato anche nei primi tre decenni di vita della Repubblica popolare cinese – dominati appunto dal problema della sicurezza alle frontiere continentali.

Per comprendere le ragioni di questa recente discontinuità si deve guardare alle interazioni fra nuovi interessi regionali e nascenti interessi globali della Cina contemporanea. Più in particolare, si deve risalire ai primi anni Ottanta: fu infatti allora – sullo sfondo delle profonde trasformazioni economiche e politiche attraversate dal paese – che gli spazi marittimi dell’Asia orientale acquisirono per Pechino un valore strategico del tutto nuovo. Sin dal decennio precedente, rilevazioni compiute nei mari dell’Asia orientale avevano suggerito la presenza di considerevoli riserve di idrocarburi nel sottosuolo. Seguiva l’occupazione di isole e scogli da parte di taluni Stati della regione, in particolare le Filippine e l’allora Vietnam del sud. L’autorità della Cina su spazi marittimi formalmente rivendicati ma di fatto fuori dal controllo di Pechino veniva messa in discussione, proprio nel momento in cui la traiettoria della politica interna cinese – tutta orientata verso nuove priorità di sviluppo economico – caricava di un valore senza precedenti le risorse potenzialmente contenute nei mari contesi. Da qui un nuovo interesse per le acque regionali, cui corrispondeva un’espansione geografica del raggio d’azione della Marina militare, con il passaggio dalla dottrina della “difesa costiera” (jin’an fangyu, 近岸防御) a quella della “difesa nei mari vicini” (jinhai fangyu, 近海防御).

Un secondo, decisivo fattore si sarebbe aggiunto negli anni Novanta: il manifestarsi di forti spinte indipendentiste sull’isola di Taiwan. Sin dal 1949 un tacito accordo aveva regolato le relazioni tra Pechino e Taipei, dietro lo scontro ideologico e oltre le ricorrenti crisi militari: l’esistenza di un’unica Cina, di cui tanto il continente quanto l’isola di Taiwan erano considerati parte. Ma il processo di democratizzazione vissuto da Taiwan tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta aveva aperto nuovi varchi per posizioni di aperto indipendentismo. Lo status quo che per quarant’anni aveva retto le pur burrascose relazioni tra le due sponde dello Stretto appariva a rischio come mai prima, e ancor di più l’obiettivo di una conclusiva riunificazione nazionale. Per Pechino si poneva quindi l’esigenza di mettere in atto un’efficace strategia di deterrenza, che prevenisse una formale dichiarazione d’indipendenza di Taipei con la minaccia di un inesorabile ricorso alla forza armata. Taiwan era dopo tutto un’isola, e la credibilità di questa strategia di deterrenza chiamava in causa le capacità navali della Repubblica popolare cinese: i mari divenivano così centrali nel calcolo di sicurezza nazionale.

Controllo sulle acque contese, riunificazione nazionale: a questi interessi regionali si sarebbe aggiunto – con l’inizio del nuovo secolo – anche un interesse marittimo potenzialmente globale. Sempre più integrata nel sistema economico internazionale, per il proprio sviluppo economico la Cina dipendeva ormai in modo cruciale dai commerci con l’estero, condotti prevalentemente via mare: nell’arco di 15 anni, dal 1992 al 2007, il valore del commercio estero via mare era passato da poco più del 20 a poco meno del 40 per cento del prodotto interno lordo cinese. Per la Cina diveniva quindi cruciale la sicurezza delle vie di comunicazione marittima internazionali: sorgeva cioè un nuovo interesse alla sicurezza marittima, non più circoscritto alle acque della regione bensì potenzialmente esteso ad acque globali. Ne derivava una nuova espansione del raggio d’azione della Marina militare, verso “mari lontani” (yuanhai, 远海). La partecipazione della Cina alle attività internazionali di contrasto della pirateria al largo della Somalia rappresenta la più chiara manifestazione di questo superamento dei confini dell’Asia orientale.

Dietro alla discontinuità si intravede così una complessa interazione fra interessi regionali e interessi globali: e a ben vedere proprio questa interazione offre un’efficace chiave di lettura dell’ascesa della Cina e del suo impatto sull’ordine internazionale a guida americana. In effetti la compresenza di regionale e globale è la cifra stessa dell’ascesa della Cina – potenza regionale con evidenti propensioni globali, ma tuttora incapace di compiere il salto verso lo status di potenza pienamente globale. D’altro canto, proprio all’intersezione di piano regionale e piano globale si gioca la partita delle relazioni tra la Cina in ascesa e l’egemone in carica, gli Stati Uniti: l’accesso militare all’Asia orientale resta un tassello fondamentale del potere globale degli Stati Uniti, ed è per questo che lo sviluppo di capacità di anti-access/area denial da parte cinese viene percepito a Washington come una sfida decisiva per il futuro dell’egemonia americana.

Simone Dossi, PhD, è Research Associate al Torino World Affairs Institute (T.WAI). Una versione di questo articolo è apparso di recente su OrizzonteCina

In libreria: Simone Dossi, Rotte cinesi. Teatri marittimi e dottrina militare, prefazione di Alessandro Colombo, Milano, Università Bocconi Editore, 2014.

 

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