La trasformazione delle Forze Armate italiane

È apparso qualche giorno fa su The International Spectator, la rivista dell’Istituto Affari Internazionali, un nostro pezzo sulla trasformazione delle Forze Armate italiane nell’ultimo decennio (e oltre, partiamo dall’Afghanistan). L’articolo è il frutto di una riflessione che conduciamo da un paio d’anni, e che sta anche alla base di Venus in Arms, sulla necessità di contribuire al dibattito – non solo accademico – su come è cambiato lo strumento militare italiano nel più ampio contesto del mutamento occorso in ambito europeo e transatlantico. Si tratta di aiutare a sfatare alcune visioni manichee, sollevare il velo di alcuni pregiudizi che non permettono un dibattito aperto e consapevole.

Se proprio non vi va di leggere l’articolo, gli elementi centrali sono questi.

Il punto di partenza è il basso livello di attenzione che anche il mondo accademico ha dedicato al tema della trasformazione militare. Ciò non è vero per altri paesi, non solo gli Stati Uniti, dove la riflessione sulla dimensione nazionale del cambiamento (cosa è successo e cosa deve succedere) è stata più profonda (questo è un bel libro, per esempio). Da noi, si ha spesso la sensazione che per il pubblico più vasto formule semplici come “ci pensa l’Europa” (almeno in questo settore, l’euroscetticismo pare ancora sorprendentemente poco diffuso) e “meno F35” (versione attuale di “meno spese per la difesa”) possano esaurire il dibattito. E che in parallelo, siano pochi gli intellettuali (e in particolare gli “scienziati sociali”) che si dedicano all’approfondimento del “come” e “perché” la difesa sta cambiando. Tra esperti tecnici amanti dell’ala rotante e sostenitori di “armi difensive”, lo spazio per un dibattito pubblico approfondito sui temi della difesa e della sicurezza (anche con opinioni fortemente divergenti, al di là dell’occasionale retorica bipartisan) è assai limitato.

Secondo punto: quando si pensa ai cambiamenti, si dà talvolta per scontato che questi arrivino in maniera funzionale a ciò che accade sul terreno. Ipotesi ottimale (ed ottimistica) che non prende però in considerazione due aspetti rilevanti: 1) le forze armate sono organizzazioni complesse, che hanno una loro inerzia, e 2) il cambiamento è spesso il frutto di una difficile mediazione fra sfida ambientale e dinamiche organizzative. Non vuol dire, è la visione opposta a quella espressa sopra, che le organizzazioni resistono sempre al cambiamento: vuol dire che il comparto difesa non è una start-up e cambiare è difficile perché le trasformazioni devono tenere conto di esigenze molteplici. Le rivoluzioni, in questi settori, non avvengono. Se avvengono, possono essere molto pericolose.

Terzo punto: dato che il dibattito non è sviluppato e che il cambiamento non avviene nel nulla (e nondimeno avviene) è opportuno ricostruire il processo, non guardare solo all’inizio e alla fine ma osservare il movimento, il percorso di evoluzione. Che è stato considerevole: dall’organico (con la sospensione della leva) alle operazioni oltre confine (l’Afghanistan come vero punto di svolta in termini di capacità operative) ai mezzi (una nuova portaerei, nuovi veicoli blindati, e così via). Sono cambiate anche le istituzioni, nel loro complesso: negli ultimi anni la struttura dei vertici delle Forze Armate è stata modificata e si è sviluppato un nuovo modello di difesa, più “leggero” e orientato alle operazioni.

Quarto e ultimo punto: questi cambiamenti sono stati funzionali? E poi, sono sufficienti? Qui davvero dovreste leggere l’articolo, e non basterebbe (infatti ci scriviamo anche un libro). Però tre aspetti emergono come ancora irrisolti. Il primo è il nodo del costo del personale in rapporto alle spese complessive (estremamente alto). La riforma Di Paola che punta ad una riduzione dell’organico simultanea all’efficientamento dello stesso (aumentando cioè la percentuale del personale effettivamente impiegabile) va nella direzione giusta (per quanto assai lentamente), ma rimane il fatto che le spese future dovranno tenere sempre più conto delle necessità di mantenere le forze operative (anche quando terminerà la lunga missione in Afghanistan) e dunque di accrescere la voce di bilancio dedicata all’ “esercizio”. Secondo, la sostenibilità del modello di difesa che si è sviluppato negli ultimi anni è (anche) chiamata in causa dagli impegni finanziari assunti in una fase precedente. Investimenti che talvolta hanno origine nel contesto strategico della Guerra Fredda e che non sempre sono stati coerenti con i nuovi impegni affrontati dalle Forze Armate, in particolare dopo il 2001. E tuttavia, investimenti non sempre facilmente “modulabili” o eliminabili, e che quindi pesano ancora sul bilancio della difesa in tempi di crisi. Terzo, il dibattito pubblico è ancora molto limitato. A fronte di significativi cambiamenti, il livello di riflessione pubblica è rimasto al palo, caratterizzato perlopiù dalla (stanca) retorica delle “missioni di pace”. Per parte sua, il Ministero della Difesa potrebbe essere più attivo nello stimolare riflessioni nazionali su questioni strategiche e promuovere maggiormente le proprie attività, aumentando il suo “public outreach” (in linea con quanto sta tentando di fare l’intelligence). Un nuovo Libro Bianco della Difesa, a 12 anni di distanza dall’ultimo, potrebbe essere un’ottima occasione per questo rilancio.

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Comments

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