La missione in Niger e la politica di difesa italiana. Un’analisi.

A quanto sembra, l’Italia invierà un contingente militare (circa 500 unità) in Niger. Sia il Primo Ministro Gentiloni che la responsabile del Dicastero della Difesa Pinotti hanno confermato la prossima operazione italiana nel Sahel. Nei prossimi giorni il Parlamento affronterà la questione e avremo maggiori dettagli rispetto al tipo di attività previste sul campo. Sono comunque già emersi alcuni particolari relativi al prossimo impegno delle forze armate oltre confine. Come scrive la Rivista Italiana Difesa: “La missione, che verrà dispiegata nel Paese del Sahel nelle prossime settimane, avrà il compito di addestrare le Forze Armate e di Polizia nigerine e supportarle nel controllo e monitoraggio di un’area strategica al confine con la Libia, fondamentale per i flussi migratori ed i traffici diretti verso l’Europa e l’Italia […] La missione sarà composta da un numero massimo di 470 militari ed oltre 100 veicoli e si schiererà sul terreno in 3 fasi con una prima aliquota di 30 unità, poi 120 ed il totale entro la fine dell’anno”.

Quali gli obiettivi della missione? Nelle parole di Gentiloni: “Il terrorismo è andato consolidandosi in questi anni nel Sahel, in Africa, ed è questo uno dei motivi per i quali una parte delle forze che sono state dispiegate in Iraq – questa è la proposta che il governo farà in Parlamento – saranno dispiegate nei prossimi mesi in Niger, con una missione che avrà il ruolo di consolidare quel Paese, contrastare il traffico degli esseri umani e contrastare il terrorismo”.

Secondo Jean-Pierre Darnis, responsabile del Programma di ricerca Sicurezza, Difesa, Spazio dello IAI, la nuova missione italiana in Niger rappresenta per l’Italia la saldatura tra “un interesse nazionale essenzialmente rivolto alla Libia” e “la visione francese, tedesca e statunitense di stabilizzazione dell’intera zona saheliana, con un connubio fra lotta al terrorismo, stabilità delle frontiere, contrasto all’emigrazione clandestina e sviluppo locale” (qui la sua analisi).

Alcuni hanno criticato la “missione in teatro di guerra” che “rischia di prestarsi alla violazione dei diritti umani di tante persone perseguitate, che cercando di fuggire dalle zone di conflitto”.

Al di là di polemiche e del dibattito contingente, alla luce del lungo processo di evoluzione post-bipolare della Difesa italiana e della considerevole trasformazione militare avvenuta, è opportuno evidenziare gli elementi di continuità e discontinuità della missione, nonché gli aspetti-chiave che consentono di illustrare lo stato attuale della Difesa. In altre parole, prendendo spunto dalla discussione attuale relativa alla missione in Niger è possibile – attraverso uno sguardo più ampio – illustrare lo “stato dell’arte” della Difesa italiana ed i suoi tratti peculiari. Eccone alcuni:

  • Come accade spesso, l’iter parlamentare relativo ad una operazione militare nazionale non appare “lineare”. L’Italia, infatti, contrariamente ad altri paesi (per esempio la Germania), non si è dotata (per decenni…) di una legislazione chiara sul ruolo delle Camere in materia di approvazione di operazioni militari oltre frontiere (per una riflessione accademica sul tema si rimanda ai paper e ai lavori di alcuni autori di questo convegno). La retorica delle “operazioni di polizia internazionale” (inaugurata nel 1990-91 ai tempi di “Desert Storm”) e delle “missioni di pace” ha consentito per anni di bypassare i limiti costituzionali, tanto che spesso gli interventi sono stati approvati da deputati e senatori dopo l’effettivo impiego delle forze militari (come nel caso del Kosovo nel 1999). Le riforme successive (1997, 2000), pur “regolamentando” la pratica del rifinanziamento, non hanno fatto chiarezza, limitando nei fatti il dibattito nelle aule parlamentari, riducendo così gli audience costs per il governo di fronte ad una opinione pubblica spesso in disaccordo sulle missioni, e garantendo ad un generalizzato sostegno bipartisan sulle “operazioni di pace” uno scarso – ma funzionale – livello di attenzione politica. Solo nel dicembre 2016 l’Italia si è dotata (finalmente!) di una legge organica sulle missioni. Vedremo, a partire dal caso del Niger, se le cose cambieranno e se il parlamento avrà effettivamente un ruolo più incisivo riguardo le operazioni oltre confine (costi, obiettivi, durata, regole di ingaggio, ecc.);
  • La missione in Sahel conferma un tratto dominante dell’impegno militare italiano oltre frontiera: il ruolo dell’addestramento delle forze locali. Il training delle forze di sicurezza e di polizia è divenuto cruciale nelle odierne operazioni (in particolare di quelle di stabilizzazione e di contro-insorgenza) data la necessità di rafforzare la capacità delle strutture statuali delle aree di intervento nel garantire con proprie forze la sicurezza, limitando al contempo i boots on the ground di forze occidentali. Gli italiani, inoltre, impiegano da anni un asset particolarmente apprezzato e richiesto: i Carabinieri. Data la loro natura “mista” essi infatti hanno da lustri collezionato una vasta esperienza di formazione di forze locali. Ma anche altre forze nazionali sono state constatemene impiegate nell’addestramento, come avvenuto anche di recente in Iraq, nei confronti dei soldati iracheni e delle milizie curde. Appare interessante notare come all’addestramento si accompagni spesso un processo di supporto e di assistenza delle forze locali sul campo, anche in operazioni di combattimento (come sta ancora avvenendo in Afghanistan nonostante il buio mediatico). Vedremo se anche in Niger accadrà lo stesso (di certo il livello di attenzione dei media scommettiamo rimarrà molto limitato se non assente..);
  • Al di là delle polemiche attuali relative al controverso rapporto con la Francia, la missione in Niger conferma la centralità di quella che può essere considerata la caratteristica dominante del complesso percorso di trasformazione delle forze armate italiane: l’interoperabilità multinazionale. In altre parole, la capacità delle forze di operare sul campo assieme ad altri contingenti. L’Afghanistan ha dimostrato il livello di sviluppo di tale interoperabilità, soprattutto all’interno di framework multilaterali, in primis la NATO. Vedremo se anche nel caso del Niger il contesto multilaterale si confermerà come linea guida centrale della politica di difesa italiana oppure se l’operazione avverrà (come più raramente è successo) in uno scenario multinazionale, forse preludio di uno sviluppo “a cerchi ristretti” delle difesa tra paesi europei;
  • Come già avvenuto più volte nel contesto bipolare, l’Italia impiega il proprio strumento militare per contrastare minacce non militari, come appunto l’”immigrazione clandestina” o il crimine organizzato. Dalle operazioni navali contri pirateria e traffico di essere umani, fino all’uso della portaerei Cavour in seguito all’”emergenza umanitaria” di Haiti, l’Italia da anni schiera i proprio soldati (all’estero ma anche in Italia) contro tali minacce “multidimensionali” alla sicurezza nazionale (per un’analisi cross-time dell’uso delle forze armate italiane contro minacce non militari si veda questo paper). Terrorismo e flussi migratori appaiono i due temi-chiave anche della missione in Niger;
  • Infine, la missione in Niger sembra rappresentare un passaggio-centrale nel processo che potremmo definire di “riposizionamento strategico” dell’Italia, evidente (almeno nelle intenzioni) dal Libro Bianco 2015 (per un’analisi approfondita si veda qui). Il Mediterraneo viene definito, infatti, come l’area strategicamente centrale per l’interesse nazionale italiano: “La nostra posizione geopolitica, centrale nel bacino Mediterraneo, inoltre, ci offre opportunità, ma anche ineludibili obblighi. L’Italia è capace e desiderosa di esercitare un ruolo riconosciuto di responsabilità nella sua area di riferimento agendo, secondo le sue possibilità e in armonia con la Comunità internazionale, per contribuire alla pace e allo sviluppo regionale. In tale ottica, la Difesa metterà al servizio del Paese le sue multiformi capacità di capire, prevenire, affrontare e risolvere le situazioni di crisi e di sviluppare un tessuto di relazioni in grado di favorire la stabilizzazione dell’area mediterranea”. Proprio nel Mediterraneo, dalle operazioni navali fino alla Libia, l’Italia ha svolto (se con successo o meno non stiamo qui a giudicarlo) un ruolo di primo piano negli ultimi anni. Certo, dall’impegno umanitario di Mare Nostrum alle controverse decisioni adottate questa estate rispetto al tema del “rafforzamento della guardia costiera libica” e al traffico di migranti (ampiamente, e con estremo dettaglio, denunciate da organizzazioni che tutelano i diritti umani) il cambiamento è apparso considerevole. Dalle parole dei decision-makers italiani relativi alla missione in Niger, sembra poi che si stia verificando uno shift considerevole in materia di impegno militare nazionale, dall’Afghanistan e l’Iraq (i teatri centrali della presenza militare italiana nel post-11 settembre) fino al Sahel (chiamato un po’ stranamente “Mediterraneo allargato”…).

Vedremo se tale percorso di “riposizionamento strategico” sarà effettivo o meno solo in futuro. Nelle prossime settimane avremo notizie più dettagliate relative all’impego militare italiano in Niger. Venus continuerà a seguire da vicino la missione, cercando sempre di collegare gli eventi della difesa italiana (e non solo) al dibattito accademico (seppur limitato nel caso nazionale, comunque presente).

Nel frattempo Venus va in vacanza qualche giorno e augura ai suoi lettori buone feste…

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Call for Papers & Panels – 2nd Annual Conference of the European Initiative on Security Studies (EISS)

We are pleased to highlight the 2nd annual conference of the European Initiative on Security Studies (EISS). The conference will be held in Paris on 21-22 June 2018 at the University Panthéon-Assas (Paris 2).

The EISS is a Europe-wide network of over sixty universities that share the goal of consolidating security studies in Europe. Here you’ll find all the info on the EISS.

Here the call for papers and panels with a description of: the objectives of the EISS, key information on the conference (including on the difference between ‘closed’ and ‘open’ panels), the draft program and the panels’ abstracts.

The EISS conference is organized by the Association for the Study of War and Strategy (AEGES) in collaboration with the Center Thucydides and the Center for Studies and Research on Administrative and Political Science (CERSA) of the University Panthéon-Assas (Paris 2).

 Here you’ll find all the details on the conference.

 The deadlines for submitting paper proposals for closed panels and panel proposals for open panels are as follows:

31 January 2018: deadline for sending paper proposals to the panel chairs and panel proposals to the EISS. NB Paper proposals should be sent to the panel chairs (cf. their emails in the attached document) while panel proposals should be sent to the EISS  (eissnetwork@gmail.com)

Mid-late February 2018: decision on open panels by EISS; and on papers for closed panels by chairs

March 2018: final program sent to participants

The report of last year’s conference (EISS 2017) is available here

 See you in Paris…

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Emotions, Ideologies and Violent Political Mobilization

Emotions such as anger, resentment and fear do play a big role in explaining why people take up arms (well, and do many other things in “ordinary” life). Ideologies too are often invoked as a motive for action: Banners of different colors are often inextricably linked to rebellions, and are certainly a powerful driver of all sorts of political mobilization. Yet, their study in the context of civil wars has been limited to a few, although very important, studies such as Roger Petersen’s work the link between emotions and conflict in Eastern Europe (and the Balkans). The recent Symposium on PS: Political Science & Politics, organized by Stefano Costalli (University of Florence) and Andrea Ruggeri (University of Oxford), constitutes an important addition to the field. Featuring an Introduction by the Editors and 6 articles dealing with different aspects of how emotions, ideology and collective armed mobilization interact. Venus in Arms suggests you to read them all, as the pieces are filled with insights on how to connect these phenomena and enriched by quite a few empirical examples that show such connections at work. If you dig into the articles, you might even find a piece titled “Organizing Emotions and Ideology in Collective Armed Mobilization“. If you really don’t have time to go through the issue, well you can skip that one. You know the author and nothing good should be expected.

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Venus on 2016: Tips on books, TV, papers, and the late T.C. Schelling

Quite of a year, 2016. As we prepare to celebrate – big dinners around here – for New Year’s Eve, we want to share something we did like in the past year. We range from TV to academic papers. But, we promise: no Trump, no Brexit and no Italian Constitutional referendum among the topics. It’s strange Top 5 (maybe 6, depending on how you count) because we selected 5 topics but often we could not agree on what should have been mentioned. The longer-than-usual list is the outcome of such disagreements.

So we asked ourselves what 2016 brought on the TV screen. List would be long, so we focused on new stuff. Two different answers, of course. One came up with the (Netflix-produced) story of Irish soldiers deployed in the  first large-scale UN peacekeeping mission that took place in Congo in the early 60s (ONUC) : “The Siege of Jadotville” (trailer here). The other was struck by the realism and vivid description of life of American Muslims (as well as by John Turturro’s acting) in HBO’s TV series “The night of”.

Fiction books. 2016 Pulitzer Prize Winner The Sympathizer (here, The Guardian reviews it) – a contemporary yet classic spy story on a double agent moving from Vietnam to America – inevitably attracted the attention of the Vietnam War most passionate student among the two. The other recently read “The Association of Small Bombs”, on (terrorist) bombing and how bombers and survivors deal orologi replica italia with its consequences (here, a NYT review).

Newspapers and magazines section. Suggestion number one is a A&Q (The Atlantic series that explores the complexity of commonly-held beliefs about “solutions” to big questions/problems) about the decline of crime in the US, by putting together and assessing different explanations for such trend. Suggestion number two is a different take on one of the topic that made the headlines in the past year: Aleppo. Legendary Middle-East reporter Robert Fisk wonders if the destructions of antiquities occurring in Syria proves that Western museums should still hold most of them.

Time for academic papers, and again two different tips. If you like focusing on contemporary matters and into hot policy-relevant debates, Aisha Ahmad shows how Islamist groups adopting a global Jihadist identity are better replica orologi italia able than others focusing on local tribal and ethnic identities to recruit, expand, and create intra-group cohesion (“Going Global: Islamist Competition in Contemporary Civil Wars”). If you always wondered what made some Samurai more able than others to raise taxes…well it’s the peasants’ willingness and capacity to mobilize. Abbey Steele, Christopher Paik and Seiki Tanaka empirically show how this process worked in an article titled “Constraining the Samurai: Rebellion and Taxation in Early Modern Japan”.

Something we do agree upon, though. First, we join in mourning Thomas Schelling, who recently passed away aged 95. It is hard to overstate Schelling’s contribution to strategic thinking (actually, just one of the fields he contributed too). This is how great IR scholar Robert Jervis remembers Schelling. This is a thorough review of the contribution of Schelling’s most important book, The Strategy of Conflict.

Second, on a lighter tone and kind off-topic, we agree on sports’ best performance of the year: Lebron James’ NBA Finals concluded by “The Block” (and this ESPN Sports Science version explaining the numbers behind it).

 

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Top 5 by Venus in Arms – week 93

The world according to Trump”, inevitable reading after the Super-Tuesday that consolidated Trump’s leadership in the Republican field.

Among the many issues the next US President will face, there is one the current Administration did not fully address (notwithstanding the initial promises): the prison in Guantanamo. Cato Institute’s Ben Friedman reflects on what is at stake.

The FBI vs. Apple controversy has been making the headlines for a few days. It is a great case for arguing that the perimeter of “security” (including security studies) is nowadays very difficult to define. For those who want to look at the issue without delving too much into technicalities, a comic is possibly the best way.

We often presented articles on the evolution of robotics and AI and its consequences on the battlefield. Ethical issues associated with drone warfare are the subject of Scott Shane’s book “Objective Troy: A Terrorist, a President and the Rise of the Drone” (Bantam 2015), reviewed in the London Review of Books.

Finally, videogames have been increasingly realistic and able to depict contemporary war-making. The release of Tom Clancy’s The Division adds to war gaming on a new battlefield: an anarchic New York City (read, watch and then compare it with scenes from The Dark Knight Rises).

 

 

 

 

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Top 5 by Venus in Arms – week 83

Christmas is coming, but it does not seem like international politics is stopping for the event. War in Syria and Iraq is still raging, with European countries taking a more active role in recent weeks. How do they get the intelligence needed for operating? Seymour M. Hersh writes about US intel sharing in the London Review of Books.

Attacked in its “homeland”, ISIS needs a constant influx of recruits. Could videogames, or Hollywood, provide examples to took at?

But problems for Western Powers are not limited to Iraq and Syria. Talibans are advancing (again) in Afghanistan, and the recent suicide attacks near an American base shows how the situation id far from improving.

In recent years, the debate in security studies has been often focusing on non-traditional military threats such as organized crime. El Salvador’s gang problem is a case in point.

Finally, what are the COIN lessons that the Rebels and Republic in Star Wars should learn from Afghanistan and Iraq?

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10th Pan-European Conference on International Relations

Some news about the next 10th Pan-European Conference on International Relations. The call for Panel, Roundtable and Paper Proposals is now open.

The Conference takes place in Izmir, Turkey, 7-10 September 2016, with the theme of “International Relations in World Society“.

The conference of the European International Studies Association (EISA) will be held by the Yaşar University.

Here you’ll find the details for submitting a proposal.  Here you’ll find the list of the 51 sections. Here the conference schedule. 

EISA is a new individual membership based association, serving the International Relations community in Europe and beyond. EISA has been created by the Standing Group on International Relations.

The closing date for paper, panel, and roundtable proposals is midnight (CET) on Friday 8 January 2016.

Also Venus in Arms will submit a proposal.

 

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Top 5 by Venus in Arms – week 77

Hot topics abound, as usual. The causes of the Russian plane’s crash in Egypt last week have not yet been ascertained. But it seems that they give another reason for a dispute between the West and Russia. Media of the latter, says The Atlantic’s Brian Whitmore, even suggest a conspiracy masterminded by Western powers.

Time for presidential primaries’ debates. “Outsiders” are in the lead in the Republican field. We know something of Donald Trump’s foreign policy ideas, but very little on Ben Carson’s. This FP article depicts the views of the retired surgeon’s foreign policy advisor.

The new President is likely to find a pretty confused situation (to say the least) in the Middle East. And American troops that have stepped up their commitment from training missions to direct engagement. This is one of the latest reports on anti-ISIS actions in Iraq and on the uneasy relations between US and Iraqi forces.

More on the background, but not necessarily less important. Micah Zenko makes the case for “Red Teams”. Having second opinions and fostering an organizational culture and set-up that accept dissent and promote skepticism can lead to overcome the worst cases of organizational myopia, and forcefully argues that US armed forces should do that in a new book. But, is it a cost-free strategy?

The brain drain is clearly not just an Italian problem. The US military is struggling to attract and then retain the best minds, not an easy thing when the bureaucratic constraints are cumbersome, note David Barno and Nora Bensahel.

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Top 5 by Venus in Arms – week 75

What’s Russia doing in Syria? This is frequent question these days. While a clear account of operations is not necessarily easy to find, the broad picture that emerges shows how Russian military capabilities are better than previously thought.

In the meanwhile, Iraqi Kurds understood that dealing with the world’s largest democracy requires a better understanding of the decision-making processes of the latter. That is why, Foreign Policy reports, the Kurdish Regional Government are increasingly recurring to K Street lobbying.

Two interesting pieces in the past week on the “intractable” conflict in the Middle East par excellance. Natan Sachs ponders over Israeli “anti-solutionism” in the new issue of Foreign Affairs, trying to explain why accepting (and prolonging) the status quo has its own rationale.

The New Yorker features an article on what would have happened had Rabin survived its assassination attempt. Counterfactuals are always tough to make, but the thought experiment allows, if nothing else, to remember a key moment in the history of the conflict.

Preparing for the Star Wars’ episode 7, a classic (2002) “neo-con” article on how the Empire was actually not that bad at all. Sure that IR interpretation of the saga will flourish in the next few months.

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Top5 by Venus in Arms – Week 73

First Democratic Party primary debate last night. How did candidates perform on foreign policy? Fred Kaplan argues that is was a clear win for Hillary Clinton.

Whoever becomes President, however, will face many challenges and several unsolved issues. Even in countries that have been traditionally stable. Turkey is one of these cases, as the dramatic bombing occurred a few days ago showed several cracks.

And American strategy, Adam Elkus argues on Warontherocks.com, is in a very bad state. Who killed it? In a CSI-like reconstruction, Elkus makes an accusation to the community of strategists: “the shocking plot twist in tonight’s episode of CSI: Pentagon is that we — the community of people that talk, debate, write about, and work in the making of strategy — were nonetheless accessories to the crime. How? We failed at the most critical task of all — understanding the nature of the problem and proposing solutions””. To keep in mind, for a blog/website on strategy.

We don’t know if academic research is faring much better. Jarrod Hayes discusses the state of the most ambitious objective of social sciences, prediction.

On a more practical note, but always looking at the future, future robots will be able to predict the moves of humans confronting them. This  breakthrough – somewhat disturbing for those passionate about Asimov’s I, Robot – is due to improvements in the “brain” (the algorithms of the software) of the machines.

 

 

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